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Tag Archivio per: sostegno a distanza

Diario di un viaggio in Eritrea

29 Ottobre 2015/in News e aggiornamenti/da Mariam Fraternità

Quando un occidentale si reca nei paesi più poveri del mondo sia per turismo, sia per volontariato o altro, finisce per diventare un osservatore. Osservatore della povertà altrui, della miseria altrui, della dignità con le quali vengono vissute povertà e miseria. Sono proprio la povertà e la miseria ad ergere muri impenetrabili, barriere, che diventano un limite per la tua comprensione vera della situazione dell’altro, del tuo fratello africano o asiatico che sia. Perché tu l’acqua ce l’hai, tu il cibo ce l’hai, tu la corrente elettrica la usi senza preoccuparti di consumarla, tu il telefono ce l’hai, la posta elettronica la usi più volte al giorno, per te gli sms, gli mms e la libertà di stampa sono un dato acquisito. Quando ritorni, testimoni le condizioni dell’altro, del tuo fratello. Vivi la testimonianza come un dovere, ma la barriera resta; perché tu non sei così povero e quella povertà ti è inconcepibile: non puoi pensare di vivere razionando l’acqua, di collegarti alla rete, allorquando te lo puoi permettere, solo due volte alla settimana. Non puoi pensare di bere acqua piovana. Non puoi pensare di impiegare due ore per fare 35Km pur se hai a disposizione un fuoristrada.

Sono stato ad Asmara per documentare il lavoro delle Suore del Buon Samaritano. Sono andato per capire cosa fosse l’Africa, per vedere con i miei occhi cosa fosse la povertà del Terzo Mondo, per cercare di dare il mio contributo alla costruzione di un mondo migliore, un mondo che pensi anche all’altro, a quello più lontano, con meno opportunità. Ero partito con la ferma convinzione di partecipare alla vita degli altri, di condividerla, ma spesso, troppo spesso, la povertà mi ha reso osservatore: io ero quello con la macchina fotografica, quello con la telecamera, quello con le caramelle, tutti mi sorridevano, tutti mi invitavano ad entrare nelle loro case con gesti di profonda dignità. Ed allora le cose si capovolgevano, chi mi ospitava era a proprio agio e condivideva in pieno con me tutto ciò che era suo, mi abbracciava, mi dava la mano, mi sorrideva, incurante che ai miei occhi la loro vita, la loro mancanza di opportunità di una esistenza diversa, mi procurava angoscia. Per quindici giorni il muro della povertà ha continuato ad ergere una barriera fra i nostri mondi. Sono tornato con la ferma convinzione che stare fermi, non adoperarsi per risolvere uno dei centomila problemi, significherebbe non accettare quegli infiniti gesti di ospitalità avuti, significherebbe non ricambiare con la stessa intensità quella stretta di mano avuta dovunque si andasse. Singolarmente noi occidentali non possiamo fare molto, non possiamo risolvere la povertà di Asmara, dell’Eritrea, ma non possiamo stare fermi. Ho conosciuto il lavoro delle Suore del Buon Samaritano che attraverso le adozioni a distanza dei bambini e degli anziani, attraverso gli asili, attraverso le case- famiglia, attraverso i ragazzi tolti dalla strada, aiutano il popolo eritreo a sopravvivere in attesa di un domani migliore. Nel frattempo  sono sempre più convinto di avere un dovere: la testimonianza.

Francesco

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https://www.associazionemariam.it/wp-content/uploads/2019/10/logo-mariam-1.png 0 0 Mariam Fraternità https://www.associazionemariam.it/wp-content/uploads/2019/10/logo-mariam-1.png Mariam Fraternità2015-10-29 05:58:292015-10-29 05:58:29Diario di un viaggio in Eritrea

Lo spread della povertà

28 Ottobre 2015/in News e aggiornamenti/da Mariam Fraternità

Negli anni trascorsi i mass-media hanno invaso quotidianamente le nostre vite usando paroloni che spesso non capivamo, legati a tecnicismi e a specializzazioni linguistiche che spesso non appartenevano al nostro linguaggio comune e che subivamo quasi avendone timore. Per mesi e mesi paroloni come “spread” ci hanno  spaventato perché ne percepivamo, grazie alla massa di giornalisti e di politici che ne parlavano, l’importanza in termini economici e, banalmente, tutti capivamo che se lo spread italiano stava sotto i 300 l’economia italiana poteva essere ottimista, se lo spread superava i 500 si andava incontro ad un periodo di recessione e, forse, di povertà. Addirittura molti mettevano in evidenza la stessa tenuta dell’euro, temendo che le singole nazioni tornassero alla loro moneta originale: marchi tedeschi, lire italiane, pesos spagnoli, dracme greche ecc. ecc.

Per qualche anno dello  spread si è parlato anche al bar, tutti sembravamo esser diventati degli economisti.

Perché oggi parliamo dello spread?

Noi vogliamo solo cercare di guardare il mondo con i nostri occhi e di girare lo sguardo dove crediamo debba essere girato. Soprattutto vogliamo porci, riguardo alla vita che stiamo vivendo, quelle che crediamo siano, e debbano essere, alcune delle giuste domande:

  • Perché si dà tanto valore ai mercati internazionali, quando ancora non si è risolto il problema della fame nel mondo?
  • Perché le banche si sono arricchite vendendo prodotti finanziari al limite della legalità e hanno un sostegno politico illimitato, mentre la stessa politica non favorisce internazionalmente l’accesso al micro-credito di persone povere che danno come garanzie solo la loro volontà di migliorarsi?
  • Perché se fallisce un manager lo si riempie di soldi e di stock options mentre se fallisce un povero non gli si dà più alcuna possibilità e lo si emargina?

  Ecco, se solo vorreste aiutarci a rispondere a queste tre semplici domande capireste dove è indirizzato il nostro sguardo: per noi se davvero dovesse esistere uno spread sarebbe solo quello che serve ad indicare i livelli di povertà e di ingiustizie nel mondo. Noi lavoriamo per rendere questo spread, questa differenza di ingiustizie che ci sono nel mondo, meno evidenti. Sappiamo che è un lavoro non facile, perso in partenza, ma siamo coscienti che esso sia un problema reale e culturale, siamo coscienti che ci sia in corso anche una disputa culturale su come debba essere osservato il mondo, per questo motivo invitiamo tutti a dare importanza anche a cose, come la fame nel mondo, che in questo momento non trovano spazio nei nostri mass-media, ma che, certamente sono più importanti di uno spread qualsiasi.  Noi tutti che professiamo una religione e cerchiamo di praticarla, dovremmo rivolgere la nostra attenzione quotidiana non all’indice MIB della borsa di Milano, di Londra, di Francoforte e di New York, ma al fatto che ogni giorno nel mondo muoiono 26mila bambini , 13mila dei quali muoiono per fame. Dovremmo ribellarci all’idea che la fame porti via ogni anno dal mondo 5.735.000 bambini. Il nostro dovere, la nostra quotidianità dovrebbe essere attenta a queste problematiche e dovremmo riuscire a condizionare talmente il mondo da poter fare in modo che queste morti diminuiscano sempre di più. Lavorare in tal senso ci renderebbe davvero orgogliosi di noi stessi e renderebbe il mondo occidentale, tuttora egoista e chiuso in se stesso, solidale e aperto a tutta l’Umanità.

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(Foto: Paesaggio eritreo- Archivio Associazione Mariam Fraternità- ONLUS)

https://www.associazionemariam.it/wp-content/uploads/2019/10/logo-mariam-1.png 0 0 Mariam Fraternità https://www.associazionemariam.it/wp-content/uploads/2019/10/logo-mariam-1.png Mariam Fraternità2015-10-28 06:25:112015-10-28 06:25:11Lo spread della povertà

Le Suore del Buon Samaritano

27 Ottobre 2015/in News e aggiornamenti/da Mariam Fraternità

 (…) Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo? ”. Gesù riprese:

             “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.  Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.  Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.  Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti? ”.  Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va e anche tu fa lo stesso”.

Il brano che pubblichiamo riporta la Parabola del Buon Samaritano, tratta dal Vangelo di Luca. Brano che ben descrive le origini delle Suore del Buon Samaritano: come nascono e quali sono le ragioni del loro operato. Come tutti sapete l’Associazione Mariam Fraternità- ONLUS- lavora stando a stretto contatto con loro, non è un caso che il notiziario mensile che spediamo a tutta la nostra mailing list si chiami “Il Samaritano”, ci sembrava giusto ricordare a noi stessi  le ragioni e la spiritualità condivisa che ci unisce. Il Carisma delle Suore del Buon Samaritano è quello, semplice, di aiutare il prossimo. Le Suore vivono quotidianamente la semplicità di “fare del bene”. Essere semplici non vuol dire essere banali. Può sembrare un paradosso ma essere semplici è una conquista difficile, un punto d’arrivo non facile da raggiungere. Essere semplici significa spogliarsi di se stesso e accettare l’altro per quello che è, senza farsi domande, senza cercare risposte, cercando nell’umanità, nell’altro, ciò che ci unisce non ciò che ci divide. Essere semplici vuol dire aprire la porta a chi ti chiede aiuto senza domandarti di che religione esso sia, senza guardare il colore della sua pelle, senza chiedere niente del suo carattere. Rispondere ad una domanda d’aiuto semplicemente perché essa è stata fatta da un bisognoso, da qualcuno che, in quel periodo della sua vita, si trova in difficoltà e si mostra claudicante nell’affrontare il sentiero della vita. Essere bastone del claudicante, è questo il vero carisma delle Suore del Buon Samaritano. Fondate nel 1989 da Suor Pina Tulino esse formano una  congregazione  istituita sotto la Diocesi di Asmara-Eritrea.  Dopo più venticinque anni sono oltre 30 le suore che in Asmara e nei villaggi limitrofi offrono assistenza spirituale, morale e materiale ai poveri. La loro opera ed il loro carisma è di fondamentale importanza in un paese dove solo il 5% della popolazione è cattolica.  Le suore oltre ad attività catechistiche ed ecumeniche, assistono ragazze senza dimora, disabili, invalidi, anziani ed orfani; curano insieme alla nostra associazione l’adozione a distanza di bambini appartenenti a famiglie bisognose ed il reinserimento in famiglia dei ragazzi di strada. Gestiscono  case famiglia e sono punto di riferimento per  poveri ed emarginati che ogni giorno vi si rivolgono con i problemi più diversi. Gestiscono, inoltre, alcune scuole materne in Asmara e villaggi limitrofi dando sostentamento ogni giorno a più di 500 bambini.

 

Presidente e suore

(Foto: Il Presidente della nostra Associazione con gran parte delle Suore della Congregazione del Buon Samaritano- Archivio Foto Associazione Mariam Fraternità- ONLUS)

https://www.associazionemariam.it/wp-content/uploads/2019/10/logo-mariam-1.png 0 0 Mariam Fraternità https://www.associazionemariam.it/wp-content/uploads/2019/10/logo-mariam-1.png Mariam Fraternità2015-10-27 06:00:002015-10-27 06:00:00Le Suore del Buon Samaritano

Il nostro Ricominciare: Hagos- Casa della Gioia- La nostra Casa di Accoglienza in Italia

27 Ottobre 2015/in News e aggiornamenti/da Mariam Fraternità

<<Ricominciare è come rinascere/ e rivedere il sole in un mondo di libertà/ e credere che la vita/ si rianima davanti agli occhi tuoi senza oscurità/ e sapere che ancora tutto puoi sperare./ Ricominciare è come rinascere/ dall’ombra di un passato che ormai non conta più/ e ritornare semplici cercando nelle piccole cose la felicità/ e costruire ogni attimo il tuo domani/ Ricominciare è come dire ancora si alla vita/ per poi liberarsi e volare/ verso orizzonti senza confini/ dove il pensiero non ha paura/ e vedere la tua casa diventare grande come il mondo/ Ricominciare è credere all’amore/ e sentire che anche nel dolore/ l’anima può cantare e non fermarsi mai.>> (http://youtu.be/7WMlgpDJGWc è il link per poter ascoltare la canzone)

Nei primi anni della nostra storia questa canzone dei Gen Rosso scritta per il Musical “Una storia che cambia” (1987) , che qui riportiamo come testo, era il nostro inno, la cantavamo spesso nei nostri campi di raccolta quando facevamo i container per spedirli ad Asmara, nelle nostre riunioni, nei nostri incontri. Era per noi, allora giovani cattolici speranzosi e impegnati, il simbolo del ripartire fra mille difficoltà, il credere sempre e comunque che il prenderci le nostre responsabilità, la tenacia, la fede in ciò che facevamo venisse premiata. Possiamo dire che essa per anni è stata il manifesto del nostro vivere quotidiano. Spesso l’Arte, quando è sincera, dà la forza di superare le mille difficoltà che ti si parano davanti. Poi a volte capita che le radici si dimentichino, si vive senza pensare che esse esistano aldilà di te, oberati dal vivere quotidiano, dalla fretta di realizzare quante più cose possibili ci si distrae e ci si dimentica di ciò che si è e di ciò per cui si è deciso di vivere. È in questi momenti che le radici tornano a farsi sentire e diventano fondanti, importanti, preponderanti.

Nel 2013, sfidando i venti di crisi economica,  abbiamo dato vita alla nostra prima Casa di Accoglienza in Italia, l’abbiamo chiamata Hagos che in eritreo significa Gioia. Stando a come andavano e vanno le cose non avremmo dovuto farla, non è un bel periodo per la solidarietà. La crisi non passa e per noi è sempre più difficile andare avanti.  L      a situazione la sapete tutti, la crisi economica coinvolge tutti e, nonostante i piccoli segni di ripresa, non è facile trovare spazi per aiutare il nostro prossimo. Eppure il dovere di essere per l’altro in noi non è mai venuto meno. Le ragioni per cui la nostra Casa di Accoglienza è nata erano e sono molte di più di quelle che avrebbero dovuto fermarci. Hagos prende vita per aiutare tutti quelli che in Eritrea vivono la stessa situazione del nostro piccolo Saad, venuto in Italia per curare una leucemia che lo stava uccidendo e che ora, gode di buona salute. In questi anni oltre a Saad, abbiamo ospitato  Saron, malata di TBC, anche lei tornata in Eritrea guarita, ed il piccolo Samy che ripreso l’uso dell’udito, sta cercando anno per anno, con continui viaggi in Italia,  di riprendere l’uso della vista.

L’idea della Casa di Accoglienza nasce proprio nel periodo in cui Saad stava per venire in Italia, quando parlando con i medici eritrei, ci dicevano tramite mail o tramite fax, che la loro medicina, le loro attrezzature erano almeno di trenta anni indietro rispetto a quelle usate in Occidente e che, quindi, essi, pur avendo una preparazione adeguata per curare questo tipo di malattie non avevano i mezzi tecnici adatti per farlo. Per un Saad che ce l’ha fatta ci sono stati altri bambini che non sono stati così fortunati. Spesso le Suore della Congregazione delle Suore del Buon Samaritano hanno tentato di far venire in Italia i casi più gravi, ma il più delle volte i tempi della burocrazia hanno tolto le speranze e hanno spento per sempre i sorrisi dei malati. Davanti alla vita, davanti all’esigenza dei malati di voler continuare a vivere possiamo mai arrenderci? Possiamo mai voltare la testa e fingere che non sia un nostro problema? Possiamo mai arretrare davanti a tutto ciò che nella nostra vita abbiamo scelto come dovere? Possiamo chiudere gli occhi e far finta di niente? La risposta è semplice: non possiamo! Ecco che allora, in questi momenti, le nostre radici ci richiamano a noi stessi, ci ricordano chi siamo e cosa abbiamo fatto in passato, e noi fra mille difficoltà, pur avendo un contesto sfavorevole, decidiamo l’unica cosa da fare: Ricominciare!

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https://www.associazionemariam.it/wp-content/uploads/2019/10/logo-mariam-1.png 0 0 Mariam Fraternità https://www.associazionemariam.it/wp-content/uploads/2019/10/logo-mariam-1.png Mariam Fraternità2015-10-27 05:40:072015-10-27 05:40:07Il nostro Ricominciare: Hagos- Casa della Gioia- La nostra Casa di Accoglienza in Italia

E se imparassimo un nuovo modo di usare il tempo?

26 Ottobre 2015/in News e aggiornamenti/da Mariam Fraternità

Nelle nostre giornate il tempo viene rincorso, sembra che noi occidentali anche quando non abbiamo granché da fare siamo angosciati dal riempire il tempo in maniera proficua, redditizia. Non sappiamo stare senza far niente e anche quando passiamo le nostre vacanze sembriamo animali irrequieti che vanno sempre di corsa. Il “fare qualcosa” sembra essere diventato l’elemento culturale che ci contraddistingue. Per di più negli ultimissimi anni gran parte di noi occidentali ha una second life virtuale, un’esistenza fatta di connessioni, di rete: non siamo se non siamo in rete.  Una vita diversa ci sembra incredibile, non riusciamo ad immaginarla. Nella cultura eritrea, forse in tutte quelle culture che non abbiano nel profitto il suo ultimo fine, l’uso del tempo è forse l’aspetto più affascinante. In città come Asmara la vita è molto simile alla nostra di qualche decennio fa: non tutti hanno la televisione, ma non si può dire che non ci siano; non tutti hanno internet, ma non si può dire che non si sappia cosa sia. Ad Asmara vi sono pochi internet point molto frequentati dai giovani. Ma è appena si esce dalla città, dalla capitale, che tutto cambia in maniera repentina. Nei villaggi tutto vive in maniera ipo-tecnologica, la vita dell’uomo sembra appartenere esclusivamente all’uomo e alle sue conoscenza individuali e dirette:ci si incontra, ci si sta insieme, si condividono momenti felici e momenti dolorosi di una comunità. Ognuno è importante per l’altro, c’è una solidarietà fra tutti, non scritta, basata sulla frequentazione giornaliera. Non c’è televisione, non c’è internet, si passa il tempo parlando, discutendo, vivendo insieme. Per la vita delle persone questi sono i momenti in cui ci si dimentica dei problemi, della povertà, della miseria che circonda tutti. Non c’è un domani cui pensare, c’è solo il presente da vivere. Il vivere insieme diventa il loro valore distintivo. Valore che noi occidentali forse dovremmo re-imparare. A volte pensiamo di vivere nel migliore dei mondi possibile, perché nonostante la crisi economica che ci attanaglia, riusciamo ad avere un tenore di vita medio-alto. Abbiamo una società organizzata che offre al singolo individuo maggiori possibilità rispetto ad altri angoli del mondo, abbiamo una democrazia, che nonostante i suoi problemi endemici, riesce a garantire e a rappresentare le istanze di quasi tutte le classi sociali, anche le più deboli. Troppo spesso, però, dimentichiamo di essere individui e sembriamo un unico corpo che si muove con una testa unica. Così facendo riempiamo i centri commerciali a discapito delle nostre bellissime piazze, seguiamo le mode e diamo più valore del necessario a cose futili; usiamo come modello di vita personaggi televisivi che nulla hanno a che fare con principi di meritocrazia e di valore. Siamo davvero la migliore società possibile? Non sarebbe il caso di rivedere i nostri modelli di vita avendo come punto di riferimento quelle società che non abbiano il profitto come unica spinta sociale?

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Foto Archivio Associazione Mariam Fraternità- ONLUS

 

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