A favore di un’Integrazione in cui la Pace genera la Pace
Le notizie di quello che accade nel mondo, non possono lasciarci indifferenti. Per il lavoro che facciamo, per la scelta di vita che abbiamo fatto di aiutare e sostenere una Missione in Eritrea, ci sentiamo coinvolti. E’ inevitabile. Le morti per terrorismo avvenute qualche mese fa a Parigi e quelle di pochi giorni fa a Bruxelles non possono non mettere alla prova le nostre convinzioni. Da sempre, da oltre trent’anni, le porte delle Suore del Buon Samaritano sono aperte a chi ha bisogno, da sempre il Carisma delle Suore si basa sulla scelta di aiutare tutti coloro che ne hanno bisogno, al di là del proprio credo religioso. Noi, in Italia, siamo cresciuti con la convinzione che l’integrazione avviene solo se la pace genera la pace, se le persone fra di loro cercano entrambe un punto d’incontro a partire dal quale poter convivere. Abbiamo sperimentato che lo sviluppo sociale in larga scala si ottiene solo lavorando a favore di molti e non di pochi.
La prima riflessione che ci viene da fare è che l’Occidente oggi paga il dazio ad una mancata cultura di sviluppo ed integrazione. Molti terroristi sono nati e cresciuti in Europa, spesso sono figli di immigrati di seconda generazione e. spesso, sono cresciuti in situazioni marginali di sviluppo, borderline con contesti criminali e di tossicodipendenza. Il Welfare sociale, il garantire solo la mera assistenza così come abbiamo fatto per anni non si è rilevato un sentiero facilmente percorribile a favore dell’integrazione. L’integrazione senza integralismi si ottiene se si creano percorsi di sviluppo non di emarginazione. Gli emarginati covano rabbia, la rabbia genera violenza.
La violenza è immediata, la Pace si costruisce giorno per giorno avendone cura, coltivandola, preservandola.
Quando le ruspe arrivano ed abbattono una casa, chi abita la casa guarda attonito quello che accade e rivede, inerte, davanti ai suoi occhi tutti i bei ricordi vissuti in essa. La ruspa è cieca, violenta, non ha cognizione di sé: distrugge. Chi ha abitato la casa, però, non ne ha tenuto cura, non ne ha fatto la manutenzione dovuta; ha reso, quasi inevitabile, l’arrivo della ruspa.
La Pace e l’integrazione hanno bisogno di tempo. Hanno bisogno di creare le condizioni necessarie per trovare punti d’incontro: uno sviluppo possibile.
La Pace, l’Integrazione e lo Sviluppo sono il filo di Arianna del nostro lavoro. Sembra ieri quando nel 1984 facemmo il primo container alimentare, sembra ieri quando iniziammo ad ospitare e ad invitare a vivere fra di noi i primi ragazzi eritrei, sembra ieri quando un po’ tutti noi siamo andati in Eritrea per constatare di persona i frutti del nostro lavoro, per capire cosa servisse, cosa potevamo fare di più per garantire a persone di avere un orizzonte diverso dalla semplice sopravvivenza, non un orizzonte pieno di possibilità come quello di un cittadino occidentale, ma un orizzonte che cercasse di dare loro almeno una prospettiva di vita. Con dei ragazzi eritrei: Goithom, Shinash, Habte, Helen, per citarne solo qualcuno, siamo cresciuti praticamente insieme, siamo entrati nella loro vita, abbiamo cercato di rendere più agevole il loro cammino. Consapevoli che, però, in fondo, non lavoriamo per loro, ma per chi, pur essendo come loro, non ci conosce. Noi lavoriamo per dare un orizzonte al bambino che ora sta nascendo nel piccolo villaggio di Himberti, di Mai Edaga, siamo, vogliamo essere, la loro speranza di futuro. Questi sono i nostri mattoni per costruire una casa di Pace.




